Nel giugno 1963, dopo l’uscita del libro di Hannah Arendt Eichmann o la banalità del male, Gershom Scholem, noto studioso della Kabbahah ebraica, scrive alla celebre filosofa tedesca per criticare profondamente le tesi del suo libro. Scholem le contesta la tesi sulla “banalità del male” e di aver abbandonato la nozione di “male radicale”. La Arendt risponde che al “male radicale” non crede più: “Esso può invadere tutto e devastare il mondo intero precisamente perchè si propaga come un fungo…E’ qui la sua banalità”. Queste due lettere sono di estremo interesse e attualità: riflettono due diverse nozioni del male e del bene, e ci inducono a riflettere sullo scenario che oggi si presenta ai nostri occhi.
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